Nadia Russo
KIGO 季語
“Vorrei scrivere parole che siano organicamente inserite in un gran silenzio, e non parole che esistono soltanto per coprirlo e disperderlo: dovrebbero accentuarlo, piuttosto…E la cosa più importante sarà stabilire il giusto rapporto tra parole e silenzio - il silenzio in cui succedono più cose che in tutte le parole affastellate insieme… non sarà un silenzio vago e inafferrabile, ma avrà i suoi contorni, i suoi angoli e la sua forma: e dunque la parole dovranno servire a dare al silenzio la sua forma e i suoi contorni e ciascuna di loro sarà come una piccola pietra miliare, o come un piccolo rilievo lungo strade piane e senza fine o ai margini di vaste pianure.” Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano, 1985, pp. 116-117 Le parole di Etty Hillesum, verosimilmente ispirate a sentimenti e riflessioni espressi dalla scrittrice olandese in un contesto diverso da quello riferibile alla poesia giapponese (deportata ad Auschwitz vi morirà nel 1943 a soli 29 anni di età), sembrano restituire con straordinaria precisione l’essenza dell’haiku: una forma poetica minima e insieme profondamente evocativa, capace di generare immagini immediate che rimandano a uno spazio interiore molto più ampio. che riverbera e risuona nelle illustrazioni di Nadia Russo presentate nella mostra personale Kigo. L’haiku, componimento poetico nato in Giappone nel XVII secolo, si caratterizza per immediatezza e apparente semplicità: composto da tre versi per complessive diciassette more, segue lo schema 5/7/5. Questa forma poetica essenzialmente sintetica forma nella mente del lettore delle immagini fulminee, immediatamente evidenti e alquanto semplici, ma al tempo stesso evocative di un quadro più ampio, riconducibile per definizione a un contesto stagionale; ma anche a immagini, pensieri e ricordi personali che nascono tanto nella mente del poeta che in quella del lettore di tutte le epoche. In pochi versi, l’haiku trattiene un frammento del mondo e lo sospende nel tempo, lasciando emergere nel lettore sensazioni, memorie e stati d’animo che non vengono suggeriti, né completamente esplicitati. Nella tradizione giapponese, il kigo è il riferimento stagionale presente in ogni haiku, un elemento apparentemente semplice in grado di evocare memorie, atmosfere e stati d’animo condivisi, nonché cuore stesso del componimento poetico. Esso possiede lo statuto di soglia: un dettaglio attraverso cui si apre un’intera esperienza percettiva. Un elemento apparentemente semplice - un animale, una pioggia estiva, una pianta, la neve, il vento, il nome di un evento, una tradizione - capace di evocare un intero universo percettivo e simbolico. Un accenno alla stagione che non rappresenta soltanto un momento dell’anno, ma una condizione emotiva e spirituale, un modo di attraversare il tempo e di abitare il paesaggio. Le illustrazioni di Nadia Russo si muovono in una dimensione affine, in modo quasi complementare. Attraverso il disegno e la costruzione lenta dell’immagine, l’artista sviluppa un linguaggio essenziale, fatto di tracce, sospensioni e frammenti che non impongono già a monte un significato univoco, ma invitano l’osservatore a sostare nello spazio del possibile. Le illustrazioni esposte propongono un percorso di costruzione dell’opera che rispecchia l’emergere alla mente dell’artista di un insieme di sensazioni, pensieri e ricordi che formano un quadro visivo simile al complesso di sensazioni suggerite dalla lettura di un haiku. Ugualmente, esse lasciano al fruitore delle opere ampio spazio per far emergere le proprie sensazioni e per partecipare così a un processo creativo. Come nell’haiku, anche qui ciò che conta non è soltanto ciò che appare, ma ciò che emerge nel silenzio che circonda l’opera. Un silenzio non vuoto o indistinto, ma dotato di forma, densità e presenza: uno spazio in cui pensieri, ricordi e percezioni possono affiorare lentamente. Accanto alle illustrazioni su carta, la mostra comprende inoltre una componente installativa e performativa concepita come processo aperto e in continuo mutamento. Durante il periodo espositivo, il pubblico è invitato a partecipare attivamente scegliendo e appendendo haiku all’interno dello spazio dell’esposizione, contribuendone alla costruzione progressiva, nell’intreccio che comprende la dimensione individuale della lettura e della contemplazione, con una pratica collettiva di partecipazione. Come nell’haiku, anche qui ciò che conta non è soltanto ciò che appare, ma ciò che emerge nel silenzio che circonda l’opera: un silenzio non vuoto o indistinto, ma dotato di forma, densità e presenza. Le opere di Nadia Russo non chiudono il senso o un senso, nemmeno lo aprono. Ogni immagine, ogni parola appesa, ogni intervento del visitatore diventa una soglia attraverso cui affiorano pensieri, ricordi e percezioni personali. La mostra si trasforma così in uno spazio di attenzione condivisa, in cui il gesto artistico continua a compiersi nel tempo dello sguardo e della partecipazione. Il percorso espositivo si configura così come un’esperienza di attenzione e ascolto, in cui l’immagine diventa occasione di partecipazione interiore.
Nadia Daniela Russo ha studiato al Liceo Artistico di Brera a Milano e presso la medesima Accademia, nel corso di scenografia. Frequenta poi per tre anni l’atelier del maestro italo-americano D’Onofrio. Perfezionata la tecnica della pittura a olio e della grafica contemporanea, parte per gli USA su invito del medesimo e per alcuni mesi studia e dipinge oltreoceano. Al rientro in Italia inizia a mettere a frutto l’esperienza acquisita, dedicandosi alla copia dei grandi Maestri del Rinascimento e alla ritrattistica. I suoi quadri sono acquistati da collezionisti privati e antiquari. Al contempo, studia la tecnica dell’incisione con il Maestro Pedroli di Milano e ne acquisisce anche la tecnica di stampa. Nella sua pluridecennale attività artistica, Nadia è sempre stata una outsider: lontana da mode e avanguardie, la sua pittura è la traccia della sua personale ricerca spirituale a cui si è sempre attenuta. Per un lungo periodo ha dipinto su commissione per appassionati d’arte classica e soprattutto per chiese e conventi di tutt’Italia, realizzando grandi opere classiche. Dal 1995 vive e dipinge a Verona.

