Qing «Azzurro» Yunge

ALL HOVER AGAIN

In Italia, Qing Yunge si fa chiamare «Azzurro». Mi sembra la cosa più naturale, dato che il suo nome significa «cielo» nela sua lingua madre. Un ambiente in cui si sente a casa e dove tutto è possibile. Questa atmosfera accompagna sia la sua vita che la mostra All hover again. Il titolo è un gioco fonetico con l’espressione inglese all over again («ancora una volta», «da capo»), ma sposta l’accento su un verbo preciso: to hover, che nel gergo subacqueo indica una tecnica essenziale. L’hovering consiste nel restare sospesi in assetto neutro durante l’atto dell’immersione, a una quota costante, senza pinneggiare e senza toccare il fondale. A uno sguardo dal di fuori, sembrerebbe che non stia accadendo niente. Eppure tutto si trasforma: il mondo intorno appare in continua metamorfosi, cambiando traiettorie senza chiedere permesso. Alcune le vorremmo sapere, tante altre no. Si tratta di cogliere come la particolarità di cui si fa carico questa tecnica subacquea sia in realtà essenziale per permanere nel mondo dela vita: ci insegna che restare fermi è una calma operativa necessaria per il cambiamento, modificando di pochi milimetri il proprio peso, percependo i singoli battiti, regolando il ritmo del respiro. Ci restituisce, inoltre, la scelta di una posizione lucida - a volte diffidente, a volte curiosa.

Nei suoi dipinti la scena è sempre sul punto di cambiare. Da un momento al’altro questo fermo immagine potrebbe sprigionare qualcosa. Mi immagino di entrare nele tele di Azzurro e ritrovarmi a vagare in un tempo appena messo in pausa, un attimo che consente di poter osservare attentamente le assurdità e i micro-avvenimenti quotidiani. Sono porzioni di un mondo più reale del reale stesso, che custodiscono una corrente. Nela prima sala dela mostra, questa idea si fa più terrestre: intorno a una voragine, figure danzano sul bordo in un girotondo; un elicottero in avaria ha perso il rotore principale, su cui compare un “Buddha sorridente”; un uomo si nasconde dietro una lampada mentre la televisione continua ad andare; un vortice porta via persone, animali, cose, come se il mondo decidesse di cambiare al’improvviso le sue stesse regole. Poi appaiono scene più estranianti: il biliardo dove le biglie diventano costelazioni delo zodiaco, o la lince inseguita dai cani che spara raggi dagli occhi. Queste ci suggeriscono che la realtà obbedisce a ossessioni e logiche fuori controlo. A chiudere l’equilibrio dela stanza sono due dipinti apparentemente silenziosi: il quadro del tè e quelo dei due personaggi che tentano di prendere la luna, messi uno accanto al’altro. Nel primo, siamo nela transizione tra una scena e l’altra, dove l’attenzione si riversa nel’acqua calda versata dale dita di lui nela la tazza di lei. È una scena intima, metafora di un rapporto che si completa attraverso un movimento minimo, ma decisivo: il punto in cui una cosa cambia natura, come in un’infusione. Se si insiste, si guasta. Se ci si trattiene, la trasformazione si compie. Nel secondo, sopra una piattaforma da lavoro, c’è un tentativo di fuga immaginifico: una coppia intraprende il viaggio per raccogliere la Luna con solo sei pence, lo sguardo ostinatamente rivolto al cielo, cercando di compiere qualcosa di impossibile. La Luna è l’ideale lontano, un profondo desiderio. I due avanzano fianco a fianco, come se attraversassero lo spazio tra realtà e fantasia: il contrasto tra le sei pence insignificanti e la Luna irraggiungibile è netto, ma insieme diventano un gesto romantico e coraggioso. Diventa una questione di postura, di perseveranza davanti agli ideali e di coraggio nel’affrontare l’ignoto, tenendo un piede nela vita di tutti i giorni e l’altro in uno slancio verso la luce, nonostante la gravità dela realtà.

Scendendo i gradini si percepisce un cambio di mezzo. Questo dislivelo ci fa entrare in una sala densa, carica di tele grandi che, di proposito, lasciano addosso una sensazione di ambiente. Se prima l’hovering appariva come una postura calata dentro il quotidiano e il surreale, qui diventa una condizione totale: nel mare ogni appoggio svanisce, lasciando solo la possibilità di un negoziato. In questo fondo blu, la dinamica più esplicita è quela tra il cacciatore e la seppia. L’incontro non è raccontato come un gesto eroico o come una semplice cattura, ma come un braccio di ferro sottile e precario. Il subacqueo entra armato di strumenti e determinazione, prova a dominare l’ambiente e la vita che lo abita; la seppia risponde con velocità, mimetizzazione e soprattutto con l’inchiostro: non solo difesa ma la possibilità di cambiare forma e direzione nelo spazio. Intanto, dentro lo stesso ambiente, compaiono altre presenze: una tartaruga luminosa attraversa il fondale e continua la sua traiettoria, con una figura umana sopra di lei che, quasi come un peso leggero, suggerisce che per avanzare serve cedere un po’ di controlo e lasciarsi trasportare. Più in là, il Cristo velato, adagiato sul fondo, apre un tempo diverso, più lungo: acqua marina, sabbia e marmo non sono sostanze ferme, ma fasi di una trasformazione continua. L’acqua erode e trasporta, la sabbia trattiene il tempo in frammenti, il marmo lo cristalizza e poi torna a frantumarsi, torna sabbia, torna corrente. La stabilità lascia spazio ala fluidità, che si ricompone lentamente. E in questo ciclo, l’hovering smette di essere un gesto e diventa una postura ontologica: restare in quota mentre tutto muta.

Niccolò Giacomazzi

Qing Yunge «Azzurro»

è nato nela Mongolia Interna (Cina) nel 1992, attualmente vive tra Venezia e la terra natia. Ha conseguito la laurea triennale presso l’Università dele Arti di Nanchino e la laurea magistrale presso l’Accademia di Bele Arti di Venezia. Ha partecipato a mostre in Cina, Stati Uniti e Italia. Nel 2025, il suo lavoro è stato esposto ala Biennale di Architettura di Venezia e la Fondazione Bevilacqua La Masa. Yunge è stato finalista al Premio Combat e al Premio Nocivelli.